Che questo Natale ci doni una speranza “apocalittica”.


“«Il regno di Dio […] non può essere posto come scopo. Da un punto di vista storico, esso non è scopo (Ziel), ma termine (Ende)».” (Walter Benjamin, Frammento Teologico-Politico)

Carissime e carissimi,

non trovo nulla di più paradossale, e più necessario da meditare in questo ultimo scorcio del 2025, del doloroso contrasto tra il Giubileo che concludiamo, dedicato alla “Speranza”, e la scena di mondo che ci si presenta: l’immane tragedia di Gaza, ma anche la guerra in Ucraina che si trascina seminando vittime, non trovando fine né soluzione. E qui tra noi la povertà che cresce, e morde le fasce già vulnerabili, e torna a essere fame vera – “povertà alimentare” col linguaggio più levigato e asettico delle ultime indagini – per centinaia di migliaia di bambini in Italia.

Mentre il divario indecente tra smisuratamente ricchi (pochissimi) e poveri (un’infinità) si allarga in tutto il mondo: Elon Musk di recente si è attribuito un premio di mille miliardi di dollari, ed è una ricchezza così incalcolabile e assurda da porre non solo un problema di giustizia, ma uno ancora più serio di ordinamento democratico. Cioè in prospettiva di convivenza pacifica, libertà e diritti fondamentali dei popoli. Davvero, ormai da anni non si registra alcun progresso.

È la sconfitta dell’ottimismo e della fiducia nel progresso lineare della storia che, almeno per ora, qui ad Occidente pare essersi preso una pausa? Sì, in parte. È anche la fine della speranza?

No, se per speranza non intendiamo le legittime aspettative di soddisfazione e felicità delle comunità umane, ma un salto tutto qualitativo tra attese storiche e ordine dell’invisibile che ci viene incontro. È niente meno ciò che intendeva per “messianico” il filosofo Walter Benjamin: non qualcosa che integra e compie la Storia, quanto piuttosto ciò che la de-completa e catastrofizza, inaugurando un’era radicalmente nuova, non desumibile dalla precedente.

Un tempo che, come una crisalide, rompe il bozzolo di una forma ormai morta e spicca il volo.

Si tratta di un modo di intendere la speranza, oltre la storia e in un certo senso contro la storia, spes contra spem, che torna ad ogni svolta dolorosamente fallimentare delle vicende umane, ad ogni scacco delle aspettative di redenzione e salvezza secolari.

È lì che il pensiero profetico subendo un contraccolpo si rende apocalittico: nel Libro di Daniele, composto nel contesto della persecuzione ellenistica in Palestina del II secolo a.c., mentre le prospettive di successo nazionale del popolo ebraico si esaurivano definitivamente, la Speranza aveva un soprassalto, collocandosi oltre la Storia, preannunciandone la catastrofe e la conclusione. Il Regno di Dio, secondo Daniele, non ha nulla in comune con la storia di sopraffazione e iniquità che caratterizza le vicende dei popoli, è di tutt’altra qualità, ordine e origine, e non è il prodotto di un progetto politico, ma dono che discende dal Cielo, nell’epifania del Figlio dell’Uomo la cui figura, come ben sappiamo, Gesù attribuirà a sé nell’annuncio che egli stesso farà del Regno.

Forse oggi è tempo di riappropriarsi di un po’ della serietà, persino della tragicità di questa speranza. Forse oggi la nostra speranza ha bisogno di tornare a essere almeno un po’ “apocalittica”: non tutto può essere continuato, non tutto può essere proseguito a questo mondo.

Non tutto è redimibile: il regno di Erode è di Erode, e di altri peggiori di lui: è un regno fantoccio, in sé irrecuperabile, ostaggio di poteri ben più remoti e tremendi, di cui è schiavo nonostante tutta la sua prosopopea e la sua boria.

Tenterà sempre di soffocare la speranza, con violenza e sopraffazione proporzionali alla forza della vita nascente, e da lui occorrerà sempre fuggire, come Maria e Giuseppe col Bambino verso l’Egitto, attendendo lì la sua rovina.

Occorre oggi capire, e discernere ogni volta, a che mensa è possibile sedersi, a che banchetto ha senso partecipare, e da quale invece accomiatarsi in tutta fretta, prima della catastrofe imminente. Occorre apprendere da quelle comunità escatologiche, normalmente inermi e povere, che affrettano “l’ultimo giorno” (2 Pietro 3,12) soprattutto perché son capaci di svuotare sé stesse e il proprio tempo di ogni inutile ingombro, e in questo vuoto far spazio alla vita nascente.

Un esercizio sottilissimo e complesso, specie per comunità come noi, che esercitano missioni storiche e politiche, che non consentono ritiri nel deserto, se non per breve tempo: capire di volta in volta cosa muore, e cosa sta nascendo, cioè con le parole di Calvino, “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio“.

Come comprendiamo bene, è un discernimento né massimalista né fanatico, esposto a mille errori, e tuttavia a buon diritto apocalittico: tutto teso a scovare i segni della Vita che nasce, e in grado di intuire dove, pur nel frastuono delle fanfare e delle retoriche imperanti, si sta consumando il più grande collasso.

Credo che questo non sia né il lavoro né la ricerca di un singolo, ma di un’intera comunità in viaggio, e già l’essere ostinatamente insieme allena i sensi coinvolti nella caccia.

Care amiche e cari amici, che questo Natale ci renda segugi: acumini il nostro sguardo, affini il nostro fiuto, e ci porti a discernere le sorgenti di vita zampillante, che sono ovunque, e a scansare i pozzi avvelenati, che pure sulla nostra strada non mancano.

Aiutiamoci a cercare, apocalitticamente insieme, le tracce del Nascente!                               

Antonio Finazzi Agrò, presidente de La Nuova Arca

N.B. L’immagine che correda i nostri auguri, una natività solitaria in uno spazio desolato, è una foto del Presepe realizzato quest’anno dagli amici di Casa Betania. Vogliamo ringraziarli di cuore per averci autorizzato ad utilizzarla: ci sembrava racchiuderesse, in modo semplice ed efficace, tutto il necessario.