Ciò che salva abita in una comunità che accetta di essere fragile, incompleta, a volte persino contraddittoria.
“Dove cresce il pericolo,
cresce anche ciò che salva“
(Friedrich Hölderlin, Patmos)
Care amiche e cari amici,
il “pericolo” purtroppo tracima. Lo stato di guerra, che è volontà di pochi, e che mette però a radicale repentaglio i beni essenziali di tutti, dilaga a un livello che anni fa non avremmo neppure immaginato.
I suoi focolai non solo non si spengono, ma si moltiplicano, seminando morte e distruzione, povertà e fame. Ne pagano il conto le popolazioni inermi direttamente coinvolte, ma ne subiremo tutti i costi, e tra noi come sempre i più fragili ed esposti.
La guerra non accetta regole e limiti.
Non sopporta il diritto internazionale, che con qualche sconcerto abbiamo appreso contare “fino a un certo punto” perché essendo volontà di potenza di pochi – a volte di individui – a discapito del diritto di molti, o di tutti, banalmente non tollera alcun vincolo.
Una specie di narcisismo grandioso globale, sotto forma di sovranismo cieco e indifferente alle altrui esigenze e ragioni, ha preso le leve di comando, e sconquassa le nazioni e le società.
Ma il narcisismo, lo sappiamo, con tutta la sua carica di rifiuto della realtà e negazione dell’altro, è alla fin fine la falsa coscienza di chi, in fondo, non è mai davvero venuto al mondo. Penso allora che forse il pericolo più grande non è solo fuori di noi.
Il pericolo è tra noi, ed eventualmente in noi: quando, per paura, sfiducia o disperazione, si restringe il nostro modo di stare al mondo, nella vita e tra gli altri; quando dimentichiamo di co-appartenere, oltre che di appartenerci; quando ci percepiamo separati, autosufficienti, o in contrapposizione; quando la differenza, che potrebbe generare relazione, diventa invece distanza o difesa. Quando ciò che conta rischia di disperdersi senza che ce ne accorgiamo.
Eppure, proprio lì, può crescere anche “ciò che salva”.
In fondo siamo tutti chiamati a vivere dei piccoli misteri pasquali nei quali le piccole e grandi ossessioni distruttive, individuali e collettive, giungano a maturazione ed espressione, perché possiamo giudicarle nella loro pretesa illusoria, e liberarcene.
Ma difficilmente ce ne emanciperemo, senza uno sguardo di tenerezza che, come un dono, ci giunga dall’altro. Ci occorrono delle relazioni, e una comunità in cui viverle.
Ci occorre l’esperienza semplice e rara di poter portare alla luce senza vergogna tra altri imperfetti ciò che ci abita, anche ciò che è più contraddittorio, senza che questo ci isoli e separi definitivamente.
Forse allora ciò che salva non è qualcosa di risolto o compiuto, men che meno una comunità idealizzata.
Non ci salverà una comunità senza contraddizioni, senza limiti, senza ferite. Al contrario: ciò che salva abita in una comunità che accetta di essere fragile, incompleta, a volte persino contraddittoria, e che proprio per questo resta viva, reciproca, permeabile, non identitaria. Non bellica. Non immune, appunto: cum-mune.
Una comunità che non si chiude, che non si irrigidisce, che non si difende espellendo, ma che prova a tenere insieme, a custodire, a ricominciare. Una comunità che non pretende di salvarsi da sola, ma che nel suo stare ostinato insieme rende possibile che qualcosa si salvi.
Credo che essere grumo di questa comunità sia il nocciolo ultimo della nostra missione come La Nuova Arca, prima e più ancora dei servizi di solidarietà e dei progetti di trasformazione e cambiamento che realizziamo.
È bello impegnarci insieme perché, lo capiamo sempre meglio, questo bene comunitario non è per qualcuno più fragile o più isolato, ma è per tutti, che siamo volontarie e volontari, lavoratrici e lavoratori, o persone che dalla nostra dinamica di coesione ricevono benefici e servizi. Tutti ne abbiamo ugualmente ed essenzialmente, direi antropologicamente bisogno.
In questo tempo, forse il compito più semplice e più difficile è proprio questo: custodire ciò che salva. Non lasciarlo disperdere. Tenerlo vivo nelle relazioni, nelle parole, nei gesti quotidiani. È poco, e insieme è molto.
A ciascuno di noi, e a tutti noi insieme, il compito — discreto ma decisivo — di riconoscerlo e custodirlo.
Auguri a tutti noi!
Antonio Finazzi Agrò, presidente de La Nuova Arca