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Un assurdo dibattito

Men from Bangladesh, who used to work in Libya and fled the unrest in the country, wait in line for food in a refugee camp at  the Tunisia-Libyan border, in Ras Ajdir, Tunisia,  Monday, March 7, 2011. The 20,000-capacity transit camp for thousands of migrant workers who have fled the fighting in Libya in the past two weeks is about seven kilometers (four miles) from the Libyan border and is expanding with each day of crisis in Libya. (AP Photo/Lefteris Pitarakis)

Men from Bangladesh, who used to work in Libya and fled the unrest in the country, wait in line for food in a refugee camp at the Tunisia-Libyan border, in Ras Ajdir, Tunisia, Monday, March 7, 2011. The 20,000-capacity transit camp for thousands of migrant workers who have fled the fighting in Libya in the past two weeks is about seven kilometers (four miles) from the Libyan border and is expanding with each day of crisis in Libya. (AP Photo/Lefteris Pitarakis)

Quando tutta questa storia sarà passata, e ci volgeremo indietro per capire cosa davvero è avvenuto in questi anni tra Africa ed Europa, cosa sono stati i flussi di profughi, e che atteggiamento abbiamo lasciato prevalesse nella società e tra gli stati membri della Comunità Europea, io credo ci formeremo un giudizio storico di tutta la vicenda non dissimile da quello che abbiamo oggi sugli anni ‘30 e sulla Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, cioè il blocco democratico occidentale di allora, le quali sapevano perfettamente cosa si preparasse in Germania e, in subordine, in Italia e Spagna. Sapevano, ma non fecero nulla. Per miopia, per calcolo politico, per egoismo, per semplice pigrizia si condannarono all’irrilevanza e lasciarono che, passo dopo passo, si preparasse quella catastrofe di civiltà che è stata la seconda guerra mondiale. E che a carissimo prezzo hanno pagato anche loro.

Assisto con stupefatta costernazione a dibattiti sempre più inverosimili e distorti; ora la questione su cui si lacera e impiglia l’Europa è stabilire se e in che quota il flusso migratorio si ripartisca in profughi di guerra e “profughi per ragioni economiche” – economic refugees and asylum seekers – con tendenziosa propensione a ricacciare la più parte di questi nel primo contenitore, quello dal quale possiamo senza troppi scrupoli trascegliere i piccoli numeri respingendo la massa. Dopo 30 anni nei quali l’Africa è stata abbandonata a sé stessa – e alla sfera di influenza economica di Cina e Medio Oriente – senza che l’Europa formulasse non dico una strategia geopolitica, ma almeno una minima agenda di relazione col continente dirimpettaio, verso il quale nutriamo per colpe dei nostri padri un’evidente cattiva coscienza, eccoci qui a discutere della questione più surreale che sia mai esistita: se, poniamo, i profughi dall’Eritrea dove formalmente non c’è più la guerra siano profughi per “ragioni economiche” o classificabili come richiedenti asilo. C’è chi fa naturalmente uno scomposto tifo per la prima delle alternative.

Ma in Eritrea non c’è più guerra perché nel frattempo, anche grazie al nostro completo disinteresse per la faccenda, Isaias Afewerki ha sterminato i suoi avversari a furia di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni, ha desertificato il Paese – aiutato in questo dalla più severa carestia da siccità che il Corno d’Africa abbia conosciuto da 50 anni in qua – e azzerato tutte le libertà e i diritti civili.
Allora a questo punto vorrei che si discutesse un filo anche delle fondamenta del progetto europeo, fondamenta che a me pare stiano vacillando, e neppure poco. Di preciso a che modello di civiltà stiamo lavorando? Quando la prima economia mondiale del Pianeta dimostra e protesta di non poter accogliere non milioni (per ora) ma centinaia di migliaia di migranti, in che senso si definisce ancora “Comunità”, oltre che “Europea”?

Penso che il Papa, richiamandoci a chiedere perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta, abbia più ragione di tutti gli altri leader, ben oltre la simpatia per l’uomo che pure nutro e il contenuto di fede in cui personalmente mi riconosco. Ha ragione in doppio senso, perché chi governa dovrebbe pur possedere una visione, e chi più chi meno i leader dei paesi membri stanno tutti dimostrando di esserne a corto in modo preoccupante – capisco la passione con cui ci si accapiglia intorno alla questione del debito pubblico greco, ma qui ci sarebbe da capire essenzialmente che ruolo mondiale intende esercitare l’Europa – e perché poi nei fatti le comunità reali, è testimonianza di questi giorni, dimostrano di essere migliori dei capi di governo. Intendo proprio la società che c’è, quella smarcata dal paradigma della “società civile”, fatta di quella signora che fa capolino a Tiburtina dal proprio negozio con una merendina e un asciugamano, quella società che non ha nessun obiettivo propagandistico o di consenso da perseguire, ma non ha del tutto dimenticato cosa significa restare umana.

Un ultimo punto: uno slogan fastidiosamente a-la-mode che fa capolino in dibattiti e talk show televisivi è: aiutiamoli a casa loro. A parte l’impraticabilità reale di questa ipotesi (a casa loro dove? In Libia e Algeria? Vogliamo scherzare?). A parte gli evidenti profili di violazione del diritto internazionale. A parte tutto questo, vorrei far osservare che la spesa pubblica in aiuti umanitari aggregata dei paesi membri e della Commissione Europea, dato OCSE alla mano, non è affatto cresciuta nel passato decennio, anzi. E sì che le performance di inizio millennio erano tutto meno che brillanti. L’Italia poi è bloccata allo 0,16% del PIL. Briciole, neppure buone a coprirsi le pudenda. (Antonio Finazzi Agrò)

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