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Sempre nella Luce, mai badare all’Ombra: l’ultima tentazione del Terzo Settore

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Cari amici,

immaginiamo che, come noi, anche voi siate indignati e sconcertati per i fatti di malaffare che stanno emergendo sul conto di una importante cooperativa sociale romana. Negli anni abbiamo visto crollare uno ad uno tutti i totem su cui come società riponevamo fiducia. Siamo stati traditi dalla politica, dalle istituzioni ad ogni grado e livello dell’ordinamento sociale; le illusioni del novecento sono evaporate, il mito dello sviluppo economico tendente all’infinito è svanito, a volte ci siamo sentiti traditi perfino dai leader e dalle istituzioni religiose. Questa è la volta del Terzo Settore, e nello specifico della Cooperazione sociale; non c’è bisogno di essere il Censis per decretare che stiamo decisamente raschiando il fondo di quel capitale fiduciario senza il quale un paese, una comunità, un ordinamento sociale di qualunque natura è al palo. È offesa contemporaneamente la cooperazione, cioè il modello di organizzazione produttiva più nobile di cui siamo finora riusciti a dotarci, e la cooperazione in quanto “sociale”, cioè quel comparto organizzativo che è riconosciuto “ONLUS” di diritto, e pertanto non è tenuto a dimostrare ad altre Autorità di essere “organizzazione non lucrativa di utilità sociale”.

Ebbene, questo capitale di fiducia e reputazione è stato incrinato e compromesso: fino a qualche giorno fa si poteva dubitare lecitamente dell’efficienza e dell’efficacia della cooperazione sociale, ma non che essa fosse nel suo complesso non lucrativa e di utilità sociale. Con alcuni colleghi commentavamo amaramente oggi che occorreranno almeno 5 anni, e buoni esempi su buoni esempi, per recuperare al comparto la reputazione che in meno di due settimane è stata volatilizzata.

E pazienza, se ciò vorrà dire meno donazioni e meno risorse economiche. In fondo abbiamo assistito anche alla prova di quanto un eccesso di “aziendalizzazione” possa produrre odiose metastasi (quanti nella catena di comando che innerva una maxi organizzazione di 400 addetti avranno taciuto e obbedito in nome della “ragion di stato”?). Il punto è che è stata incrinata una convinzione profonda a cui tutti eravamo profondamente affezionati: che il terzo settore fosse quella “terra di mezzo”, quel prezioso tessuto connettivo capace di tenere unito e coerente un ordito comunitario altrimenti disorganico e disarticolato. Questa capacità di tenere insieme e riarticolare classi e blocchi sociali, gruppi e livelli di organizzazione sociale, istituzionale, politica; di mettere in connessione e scambiare valori visioni e identità diverse per cultura, storia, origine, scopi – si pensi a quanto è trasversale il terzo settore tra tutte le appartenenze culturali che compaginano la nostra società – e tutto ciò che evochiamo quando pronunciamo la parola “sussidiarietà”; le intercettazioni che sono state pubblicate di Massimo Carminati hanno purtroppo fornito una versione un tantino originale e diversa del genere di “terra di mezzo” che il Terzo Settore può essere.

È questa, purtroppo, la sindrome del “demoniaco a portata di mano” di cui racconta Kierkegaard a proposito di Sara, quella della favola biblica del libro di Tobia: la tentazione estrema in cui incorre chiunque si ostini a considerarsi sempre e solo “nella luce”, senza badare a quanta ombra proietti la sua azione. Perciò guardiamola bene questa ombra, e proviamo a scorgervi qualche indicazione anche per noi, per il nostro caratteristico reticolo di famiglie, comunità, persone, relazioni, imprese che chiamiamo nell’insieme, e per brevità, “La Nuova Arca”. Cerchiamo di capire se non emerga qualche suggerimento utile, per quando anche per noi verrà il tempo della tentazione.

Dunque, punto numero uno: mai essere soli. Se la Cooperativa 29 Giugno ha potuto ridursi in questo pietoso stato di malaffare e illegalità, trascinando con sé un intero settore pubblico e privato, è perché sin dall’origine o nel corso della sua storia ha cessato di essere un soggetto comunitario. Ha interpretato in senso solitario la propria missione, e si è trasformata in una fabbrica di servizi. Ha trasformato stravolgendolo quel reticolato di connessioni, solidarietà orizzontali e verticali in un sordido intreccio di interessi affaristici e personali. Ha completamente perso di vista i propri beneficiari. Si badi che non faccio riferimento alle responsabilità individuali, su cui sarà la magistratura a fare chiarezza, ma a quelle collettive, che sono dal mio punto di vista ancora più gravi, giacché le persone passano, mentre le organizzazioni e le istituzioni permangono e producono sempre maggiore danno. Per di più le responsabilità collettive sono più distribuite: di passaggio in passaggio, di mediazione in mediazione contaminano un intero contesto, sinché nessuno può più dirsi del tutto innocente: tutti coloro che hanno obbedito, chi sapeva e ha taciuto, chi poteva agire e non ha agito… forse persino noi, cooperazione e terzo settore, che non abbiamo a sufficienza vigilato.

Punto numero due: operare per la propria sostituzione, cospirare sempre al proprio tramonto. Quando un’organizzazione benefica di qualunque genere, superata la fase carismatica iniziale, punta a consolidarsi, diviene inevitabilmente istituzione. È una dialettica insuperabile che attiene alla gran parte delle esperienze storiche: il carisma, che spinge sempre “fuori”, “verso” e “oltre” – ogni volta che scrivo di carisma, sarà un retaggio biblico, mi vengono solo caratterizzazione topologiche, da moto a luogo – punta nel tempo a cristallizzarsi, a divenire stanziale, a ricadere su sé stesso. Cioè si istituzionalizza, dimentica di avere origine e fine in altro, si innamora di sé e delle proprie realizzazioni. E, come Narciso, si espone al rischio dell’annegamento. Per inciso: se come La Nuova Arca siamo “puri”, se ancora non siamo stati tentati, è perché probabilmente siamo ancora abbondantemente nella fase “carismatica”; questo però non ci dispensa affatto dal vigilare. Un’organizzazione sociale nasce sempre – o quasi sempre – da un grumo di solidarietà che si rapprende all’interno di uno specifico orizzonte comunitario. In concreto: una piccola avanguardia, un piccolo numero di fondatori che si attivano, appartenendo però di norma a movimenti comunitari più ampi: politici, religiosi, culturali. È bene vigilare perché il nostro agire, operare, adempiere verso i più fragili non perda mai di vista questo orizzonte, ma anzi lo tenga bene in vista come approdo finale. Imparare giorno per giorno a non sottrarre coi nostri servizi responsabilità alle nostre comunità di origine, quanto piuttosto operare alacremente per riconsegnargliele. Concepire il nostro arco di azione, il nostro “ciclo di vita ” cioè il nostro passaggio su questa terra (perché anche le organizzazioni, come ciascuno di noi, sono di passaggio su questa terra…) come una fase transitoria in cui abbiamo da adempiere una missione – servire la crescita di una comunità più umana, più fraterna e solidale – raggiunta la quale è accettabile che la nostra organizzazione scompaia o si trasformi radicalmente.

Bene, essere organizzazione sociale è in ultima analisi operare in vista di questa transizione. Siamo un ponte, una freccia scagliata, né un tempio né una cattedrale ma una strada e un cammino, in cui convocare più volti possibile. Con le parole dello Zarathustra di Nietzsche: “Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva.”

Antonio Finazzi Agrò

0 thoughts on “Sempre nella Luce, mai badare all’Ombra: l’ultima tentazione del Terzo Settore

  1. Filippo Morlacchi :) - dicembre 23, 2014 at 22:46

    Caro Antonio,
    bel pezzo. Davvero lucido e condivisibile. E’ la mia prima visita al blog, ma tra una ricetta e l’altra ho letto con vero piacere le tue riflessioni. Non siamo un punto di arrivo, mai. Ma abbiamo una meta, tutti. Buon cammino, insieme
    don Filippo M.