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I nostri auguri di Buona Pasqua

Care amiche, cari amici,

questo tempo ci colpisce come un pugno.
Ha sgretolato certezze ataviche, o perlomeno pluridecennali, di invulnerabilità collettiva e personale. Ha messo in crisi il paradigma tutto occidentale che malattie e pestilenze riguardassero sempre “gli altri” e mai noi, ben protetti dalle nostre conoscenze scientifiche e dalla nostra opulenza, con un po’ più di un sospetto di colpevolezza a carico dei primi. Ha soprattutto liquefatto l’idea, così profondamente radicata nelle nostre società, di essere tutti slegati e indipendenti, liberi da ogni vincolo e laccio che ci tenga avvinti agli altri e alla comunità in cui viviamo, e solo a queste condizioni potenzialmente felici e realizzati. Capite che non può essere un caso se molti leader occidentali, sulle prime mosse della fase pandemica, letteralmente non hanno potuto credere che tutto ciò stesse realmente accadendo. Perché Covid19 è la smentita più colossale, ora per ora, evidenza per evidenza, dei fondamenti culturali stessi su cui si regge la nostra società “di consumo”.

Con le parole alte e profonde di Papa Francesco nella “grande” preghiera universale del 27 marzo 2020:

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità […]. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato.

Che ha a che fare tutto questo con la Pasqua? Vedete, per la nostra mentalità, per le nostre psicologie collettive la seconda domanda che si andrà ritagliando sullo sfondo dello stupore appena superato sarà: di chi è colpa? Una domanda antica, antichissima, profondamente radicata nell’animo umano: da dove viene il male? Ebbene c’è un libro, nell’arsenale della sapienza biblica, che più di ogni altro si fa carico di questa domanda, ed è il Libro di Giobbe, con esiti per certi versi scandalosi. Appena attenuati dalla sua vicenda redazionale, che incastona il materiale incandescente del suo racconto di sventura incolpevole e irredenta in una cornice morale più rassicurante. Ma il libro nella sua parte originaria, racchiusa tra il secondo e l’ultimo capitolo, conosce uno sviluppo drammatico, che al capitolo 31 raggiunge il suo acme: Giobbe, respinti come semplicemente offensivi i discorsi rassicuranti (e terribilmente conformistici) degli amici, professa la sua innocenza e osa intentare un processo direttamente a Dio. Il fatto stupefacente è che Dio raccoglie direttamente la sfida: ignora anche lui la chiacchiera teologica, così superflua e superficiale, degli amici di Giobbe e così si rivolge al protagonista: “Cingiti i fianchi come un prode, io ti interrogherò e tu mi istruirai. Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente”. Da qui in poi Giobbe è preso come in un turbine dal discorso di Dio; un discorso tumultuoso come un fiume in piena sui prodigi del Creato, che progressivamente svela al nostro protagonista l’enigma della bellezza, spostando il fuoco della sua domanda. Dio non fa neppure un cenno alla sventurata vicenda di Giobbe e alle sue recriminazioni, ma chiede retoricamente a Giobbe di spiegare l’origine della bellezza del mondo, del suo incanto, della sua intima forza e fecondità.
Così ridesta in Giobbe la coscienza di questo mistero: Dio non chiede che l’uomo si riconosca responsabile di qualche crimine oscuro, chiede semmai che si riconosca irresponsabile dello splendore che tuttavia appare.

Carissime e carissimi, qualcosa di profondo ci lega in questo momento alla vicenda di Giobbe, in questo tempo quaresimale e desertico che proietta la sua ombra anche sulla Pasqua. Se pensiamo al dolore innocente di questi giorni, ai lutti, alla povertà di tante e tanti, ai timori di miseria incombente sulla società e soprattutto sui suoi membri più fragili che ben conosciamo, come non restare inchiodati alla domanda essenziale di Giobbe?
Eppure! La bellezza in questi giorni ci avvolge: sbocciano i fiori sui rami degli alberi, in una primavera mai stata tanto rigogliosa, le stelle risplendono di notte di un lucore mai visto prima, la luna che ormai volge al plenilunio pasquale rischiara la notte come il giorno.

Ma ancora altra bellezza ci avvolge, e ci sorprende, e ci commuove. Ed è qui, a portata di mano, in mezzo a noi.

Sono le migliaia di educatrici, e tra queste le nostre Francesca, Cecilia, Marcella, Stefania, Carmen, Barbara, che non arretrano di un passo di fronte alla paura personale, e continuano a offrire protezione e affetto alle mamme in casa famiglia e in semi autonomia. È la bellezza che rifulge nei cuori, e persino nelle bacheche Facebook di tanti (ve ne siete accorti?) che in questo momento difficile pensano a chi potrebbe non essere più in grado di far spesa e comprarsi il minimo per sopravvivere, e allora nell’anonimato più totale si offrono di farla al posto suo, pagando di tasca propria. È la bellezza delle nostre volontarie che costrette a casa non cessano di generare, e con i mezzi che hanno a disposizione inventano dal nulla canzoni, raccontano e commentano fiabe, impartiscono lezioni di cucina, si concedono persino escursioni nella filosofia e nella letteratura. Perché anche questo tempo per le nostre mamme sia un tempo generativo e fecondo, rischiarato dalla parola umana.
È la bellezza della comunità, dei nostri amici e conoscenti, che in un tempo potenzialmente carico di preoccupazioni anche economiche sull’onda di un appello mettono mano al portafoglio, e donano non per il presente, che è ciò che l’emozione ci porterebbe a fare, ma per il futuro economico e lavorativo delle nostre ragazze. Non è bellissimo, non è un miracolo tutto questo? Vedete quanta bellezza splende intorno a noi, perfino in un momento così duro? Ve lo sareste mai aspettato? Non scorgete qui il compimento di una delle più profonde profezie dell’Antico Testamento, contenuta nel libro di Ezechiele, il cui oracolo dice “vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”?
Allora, se così è, questo tempo segna un passaggio, un esodo, un Pésach. C’è una trasformazione profonda, e possibile, che matura nella notte come nel suo proprio grembo, dove occhio non vede né orecchio ode, che disfà le nostre esistenze individuali e collettive precedenti, riplasmandole, se vorremo, in modo del tutto smisurato e inimmaginabile. Se a questa bellezza presteremo orecchio mantenendoci disponibili per essa. Se lasceremo andare ciò che della vita era solo simulacro. Se saremo fedeli alle parole profonde, all’ordine del giorno che ci detta questa traversata del deserto: reciprocità, legame, interdipendenza, e sopra ogni cosa fraternità.
Se ci lasceremo rapire dal futuro, e trascinare in avanti nel disfacimento di una scena di mondo che, sotto mille profili, ha fatto il suo tempo.

Avanti e coraggio!

Buona Pasqua amiche e amici cari, buon passaggio a tutti noi!

 

La Nuova Arca

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