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Epifania secondo la Nuova Arca: essere veggenti, folli, aggrappati a una stella

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In quel radicale rovesciamento di prospettive che è il ciclo del Natale, dove sistematicamente si sceglie «ciò che nel mondo è debole per confondere i forti», e «ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono», capita anche che conquistino la ribalta personaggi di norma trascurati dalla storia, troppo infimi, o troppo eccentrici, perché se ne possa fare memoria.

Così, se la Natività ci presenta quel “popolo della terra” sporco e cattivo, Am ha’aretz li chiama il Vangelo, pastori e vagabondi ai margini del culto ufficiale e della morale vigente, l’Epifania – festa della Manifestazione – ci presenta i Magi, veggenti e folli, aggrappati a una stella.

Anche noi, forse, oggi dovremmo farci veggenti…. «Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Ineffabile tortura in cui [il poeta] ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto!» (Arthur Rimbaud, Lettera del Veggente).

Il nostro augurio a noi tutti è che ci tocchi in dono questa preveggenza, capace di cogliere la leggera increspatura della speranza impressa sui bordi della storia, ai suoi margini estremi.

Un quasi niente, una brezza leggera, il “modo in cui una foglia è mossa dal vento” (E. Bloch), ad avvisarci che niente resterà com’è, bloccato nel freddo e nel ghiaccio di questi mesi invernali, in questo breve inverno del mondo.

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Antonio Finazzi Agrò

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